Caffè amaro: un report sulle piantagioni brasiliane

Quali sono le condizioni di lavoro nelle piantagioni di caffè in Brasile? Ce lo racconta l'organizzazione danese Danwatch.

 

Da dove viene il caffè che beviamo ogni mattina e come è stato prodotto?
Potrebbe purtroppo essere stato coltivato da persone che lavorano in condizioni di schiavitù, rischiando la loro stessa vita.

 

Il Brasile è il maggiore esportatore di caffè al mondo, per circa un terzo del mercato globale, per questo l'organizzazione danese Danwatch vi ha trascorso sette mesi durante i quali ha portato avanti indagini sull'industria del caffè, parlando con agricoltori, esperti e sindacati, ispezionando le piantagioni con le autorità brasiliane e tracciando i chicchi attraverso la complessa filiera che va dai campi, al mediatore fino al mercato mondiale.


Da questa indagine è stato pubblicato un dettagliato report che rivela anche in questo caso condizioni di lavoro simili alla schiavitù, che non rispettano né le leggi brasiliane né quelle internazionali: i lavoratori che coltivano e raccolgono il caffè devono spesso affrontare usura, contratti inesistenti, mancanza di equipaggiamento protettivo, alloggi senza porte, materassi o acqua potabile.

 

Le autorità brasiliane hanno salvato parecchie centinaia di lavoratori dalle piantagioni negli ultimi anni, ha dichiarato Julie Hjerl Hansen, ricercatore di Danwatch. Secondo Hansen, nel mese di luglio e agosto 2016, 128 dipendenti - tra cui sei bambini e adolescenti - sono stati liberati dal Ministero del Lavoro dalle piantagioni a Minas Gerais, stato brasiliano che si trova al primo posto per la produzione di caffè. Il Ministero però ha poche risorse e riesce a raggiungere a malapena la metà dei soggetti coinvolti.

 

Secondo Danwatch un produttore di caffè brasiliano guadagna circa $2 per riempire un sacco di caffè da 60 litri, meno del 2% del prezzo al dettaglio va al lavoratore. Esiste infatti un vero e proprio traffico di esseri umani costretti a lavorare per un salario misero o addirittura nullo, forzati a vivere in mezzo alla sporcizia e ai rifiuti. Lo stesso tragitto verso il luogo di lavoro può essere molto pericoloso e addirittura mortale per l'utilizzo di mezzi (trattori o camion aperti) fatiscenti e non idonei al trasporto umano.

 

raccolta caffe

 

Oltre al problema della schiavitù, c'è una questione forse ancora più grave per gli operatori delle piantagioni brasiliane: l'uso di pesticidi molto potenti e dannosi che causano malattie e sono potenzialmente letali. Alcune sostanze utilizzate infatti sono talmente tossiche che anche solo il contatto con la pelle può portare alla morte. Ciononostante, molti lavoratori le spruzzano sulle piante senza nemmeno utilizzare l'attrezzatura protettiva richiesta dalla legge.

 

"Queste sostanze chimiche sono illegali in Danimarca e nell'UE perché sono estremamente tossiche e possono causare gravi problemi di salute di lunga durata", afferma Erik Jørs, consulente senior della Clinica di Medicina del Lavoro e Ambientale presso l'Ospedale Universitario di Odense, Danimarca. Erik Jørs ha studiato per molti anni l'uso di pesticidi nei paesi in via di sviluppo e sospetta che essi danneggino i sistemi riproduttivi e causino sintomi gravi simili al Parkinson come problemi di coordinamento e mani tremolanti.

 

Molti dei lavoratori intervistati da Danwatch lamentano diversi problemi di salute, come eruzioni cutanee, difficoltà a respirare e a coordinare i movimenti del corpo. Uno di questi è Francisco Paulo Pereira (l'intervista in portoghese e sottotitoli in inglese nel video in basso) che per anni ha utilizzato pesticidi senza alcuna protezione, senza guanti, stivali, né mascherina, usando i suoi stessi vestiti, e che adesso è purtroppo gravemente malato.
Francisco Paulo ha iniziato a lavorare nelle piantagioni di caffé insieme a suo padre quando aveva 7 anni, ma un giorno all'improvviso è iniziato il suo calvario: nonostante le temperature molto alte, sentiva freddo ed è stato ricoverato all'ospedale dopo poche ore a causa di un malore.
Francisco Paulo ha perso 25 kg, oltre a stare male infatti non riesce nemmeno a mangiare, viene ricoverato spesso e ha grossi problemi di deambulazione, in quanto, avendo sempre i piedi "addormentati", non sente il pavimento quando cammina.

 

Ancora una volta, ci troviamo di fronte a schiavitù, povertà, inquinamento e malattia. La nostra tazzina di caffé può essere causa di sfruttamento o di felicità e realizzazione, a seconda di dove la acquistiamo. Tocca a noi (insieme ai governi dai quali dobbiamo pretendere trasparenza e rigore) scegliere se essere passivi consumatori di qualsiasi cosa ci venga proposto o protagonisti attivi che cercano di alimentare con le proprie risorse economiche circoli virtuosi di etica e solidarietà.

 

Abbandoniamo il disfattismo, abbandoniamo i soliti mantra negativi: "Tanto non cambia nulla", "Tanto non conta niente". Il modo per fare la differenza c'è e nel terzo millennio l'accesso a prodotti o servizi etici è sempre più facile e a portata di mano. Può essere faticoso, ma sicuramente possibile. Le alternative esistono, approfittiamone!

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